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2010 Green Ranking

Rubrica "Snodi" -
Modus Vivendi
01/01/2011vedi articolo originale

A ottobre il settimanale statunitense Newsweek pubblica il “2010 Green Ranking”, l’elenco delle 500 aziende americane più verdi, in base a un sistema di valutazione che comprende l’impronta ecologica, la politica ambientale e la reputazione.

I primi due criteri contribuiscono a determinare in pari misura il 90% del punteggio ottenuto, mentre la reputazione vale il rimanente 10%. Giunta alla seconda edizione la classifica non registra grandi scossoni e cambiamenti rispetto al 2009. Al primo posto Dell sostituisce HP, che si piazza seconda. Seguite da Ibm, Johnson & Johnson e Intel le prime cinque posizioni sono occupate dalle stesse aziende dello scorso anno. Ben otto marchi della “Top Ten” sono tecnologici, a esclusione della già citata Johnson & Johnson e di Nike. Le differenze di punteggio, espresso in una scala da uno a cento, tra le prime posizioni sono minime mentre si fanno più consistenti a partire dalla ventesima posizione. Un veloce sguardo dal punto di vista della concorrenza rivela che, oltre allo scambio Dell e HP, Pepsi (135) fa meglio di Coca Cola (141), UPS (62) di FedEx (105) e che McDonald’s (79) non deve temere Wendy’s, che occupa la lontana posizione 313.

Per la prima volta quest’anno Newsweek stila anche una classifica mondiale, che si limita alle cento aziende più verdi a livello internazionale, scelta che esclude, a causa delle dimensioni, marchi del calibro di Nike. In questo caso IBM è prima (con un punteggio di 100 mentre era di 99,2 nella lista statunitense), seguita rispettivamente da HP, Johnson & Johnson, Sony e GlaxoSmithKline.

La prima delle italiane è Intesa San Paolo, tredicesima, la terza banca più verde al mondo dopo HSBC e Barclays. Seguono Unicredit (36), Generali (36), Eni (80) ed Enel (91).

Nonostante i criteri applicati nell’assegnazione del punteggio siano riconosciuti, anche da fonti indipendenti, come rigorosi e comprensivi di un gran numero di elementi di analisi, tant’è che il rapporto completo è in vendita a più di mille euro, le due classifiche di per sé non hanno ottenuto molta attenzione.

La cosa interessante è che sembra esserci una correlazione tra la performance finanziaria dei titoli in Borsa delle imprese che hanno guadagnato le posizioni migliori nel Green Ranking. Le prime cento aziende di Newsweek, ad esempio, hanno fatto meglio dell’indice Standard & Poor del +6,8%, nel periodo tra settembre 2009 e settembre 2010.

Una correlazione non è una causa e nemmeno una prova inconfutabile. La tutela dell’ambiente non può dipendere dall’andamento dei mercati. E, soprattutto, i punteggi assegnati alle aziende Green sono relativi: non premiamo chi fa bene all’ambiente in senso assoluto o rispetto a un obiettivo di riferimento predefinito, ma chi è più verde rispetto agli altri.
Probabilmente è l’incertezza a determinare questa relatività nel business verde, confermata anche dalla recente pubblicazione delle ISO 26000, le linee guida per la responsabilità sociale dedicata alle imprese, sia pubbliche che private. A differenza della altre ISO il nuovo standard non prevede un sistema di gestione che porta alla certificazione, ma delle indicazioni da adottare su base volontaria. Lo standard è il risultato di sette anni di lavoro e di un estenuante processo di mediazione che ha coinvolto aziende, governi, sindacati, ong, consumatori e ricercatori. Per molti si tratta di un compromesso e che quindi non servirà a molto, ma è comunque positivo il fatto che abbia ottenuto il voto favorevole di 66 paesi, tra cui l’Italia, il 94% del totale.

A presentare la nuova ISO un video in cui un bambino recita in inglese “Oggi ho un sogno. Che si possa trovare un equilibrio tra sviluppo economico, progresso sociale e tutela ambientale. Che inclusione, responsabilità e rispetto della legge possano diventare realtà in ogni tipo di organizzazione, piccola, media o grande”. Il pericolo è che, a furia di mediazioni e relativismo, si confondano i sogni dei piccoli con i doveri dei grandi.