Questo sito usa i cookie (anche di terze parti), per fornirti una migliore esperienza di navigazione. Continuando a navigare ne accetti l'utilizzo. Maggiori informazioni Chiudi
unique management advisory

Chi Siamo

Un-Guru® è una innovativa società di consulenza strategica di direzione. La nostra missione è creare, sviluppare e rendere sostenibile il valore, tangibile e intangibile, di imprese, enti e organizzazioni, fornendo soluzioni professionali di elevata qualità. [...]
L’arte e la sfida della sostenibilità

L’arte e la sfida della sostenibilità

Un-Guru promuove Underwater Venice, la mostra fotografica ospitata dal 1 ottobre presso l’Istituto Italiano di Cultura di Osaka [...]
1° Master Un-Guru per Il Sole 24 Ore sul Non Profit

1° Master Un-Guru per Il Sole 24 Ore sul Non Profit

Parte la 1° Edizione del Master di Specializzazione de Il Sole 24 Ore "Management degli Enti [...]
Crowdfunding in ascesa anche per il settore non profit

Crowdfunding in ascesa anche per il settore non profit

L'innovazione sociale è una bella idea che fa ancora fatica a tradursi in buone pratiche, ma [...]

Sfruttamento delle risorse e sostenibilità. Che fare quando finisce il pesce?

Rubrica "Snodi" - Chi sa che pesci prendere?
Modus Vivendi
01/07/2011vedi articolo originale
Sfruttamento delle risorse e sostenibilità. Che fare quando finisce il pesce?
Chi sa che pesci prendere? Il 30 aprile è stato il Fish Dependence Day italiano, il giorno in cui abbiamo mangiato l’ultimo pesce pescato nel nostro mare. Da allora dipendiamo da altri paesi. A stabilirlo è la New Economics Foundation che effettua le misurazioni a livello europeo. Se si guarda il dato relativo all’Unione va un po’ meglio, almeno in apparenza. Per la Ue la dipendenza dai paesi extra-comunitari scatta il 2 luglio, in anticipo di una settimana rispetto al 2010. Un cittadino europeo consuma in media 22,1 chilogrammi di pesce all’anno, contro i 17,1 della media mondiale. Il Portogallo è in cima alla classifica con 61,6 chili pro-capite, seguito dalla Spagna con 44,8 chili. In Italia il consu- mo è di 25,4 chili a testa, mentre in fondo alla classifica c’è la Bulgaria con solo 4,2 chili. Il dato del Portogallo può sembrare esorbitan- te ma bisogna considerare che si tratta del solo paese, insieme al Regno Unito, a mantenere inalterati i consumi praticamente dal 1961. Tutti gli altri hanno registrato tassi di cresci- ta vertiginosi: Cipro +314 per cento, Irlanda Abbiamo a disposizione solo il pesce che i nostri mari possono sostenere, ma i consumi sono in- sostenibili. Oltre a un aumento della domanda anche una cattiva gestione delle risorse e il sovra- sfruttamento hanno ridotto la biodiversità e la biocapacità dei nostri mari. Il 72 per cento delle specie è sfruttata in modo eccessivo e il 20 per cento lo è a un livello tale che supera i limiti biolo- gici per garantirne la salvaguardia. L’acquacoltura contribuisce per un 13 per cento del fabbisogno comunitario ma non può essere l’unica soluzione. Innanzitutto perché anch’essa dipende dalla pesca selvaggia per nutrire i pesci d’allevamento, e quindi occorre fare una scelta ponderata delle specie da allevare e comunque prevedere la produzione di molluschi e crostacei da acquacoltura, per sostenere l’acquacoltura stessa. La creazione di ambienti artificiali per la pro- duzione del pesce non è esente da impatti am- bientali e comunque non può rimpiazzare la biodiversità presente in natura. A tutto ciò andrebbero aggiunte le considerazioni sullo stato del mare: l’acidificazione degli oceani che procederebbe a un ritmo 100 volte più veloce rispetto a quello naturale, lo sfruttamento legato al turismo, ai trasporti, agli impianti off shore, senza contare gli effetti dei cambiamenti climatici. A metà luglio la Commissione europea valu- terà la proposta di riforma del sistema comu- nitario della pesca. La biologa Lynn Margulis sostiene che la vita sia «materia con la capacità di scegliere». Non rimane che aspettare e sperare che le scelte siano quelle giuste.