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Il cloud è green, ma non salvera il mondo

Il cloud è green, ma non salverà il mondo
Digitalic
01/01/2012vedi articolo originale
Il cloud è green, ma non salvera il mondo

Il cloud computing va di moda. E’ così trendy che se ne può parlare anche male, o con ironia.
Qualcuno ha anche iniziato a usare il termine “cloudwashing”, un neologismo che richiama il greenwashing, la tendenza ad appropriarsi di virtù ambientaliste per migliorare l’immagine.
C’è chi ritiene che il cloud computing sia la faccia verde dell’Information Technology.
Il 2011 è stato l’anno in cui il cloud, e anche la virtualizzazione, sono definitivamente decollati.
E non si tratta di un fenomeno passeggero.
La società di ricerche Marketsandmarkets prevede che a livello globale il giro d’affari del cloud computing triplicherà, passando dagli attuali 37,8 miliardi di dollari a oltre 121 miliardi di dollari nel 2015.
Cosa significherà tutto ciò per l’ambiente?
Secondo uno studio di Carbon Disclosure Project le società inglesi a maggiore capitalizzazione hanno intenzione di accelerare l’adozione del cloud computing passando dal 10% al 70% della loro struttura IT entro il 2020. In questo modo potrebbero risparmiare 1,2 miliardi di sterline in consumi energetici e ridurre le emissioni di CO2 di 9,2 milioni di tonnellate ogni anno fino al 2020, una quantità pari alle emissioni di oltre 4 milioni di automobili.
Secondo molti fornitori in realtà il cloud è verde per definizione, è per sua natura efficiente dal punto di vista energetico. Dovrebbe garantire economie di scala importanti, forti riduzioni dei costi e un aumento dell’efficienza.
In questo momento il cloud computing sembra essere una soluzione davvero conveniente, ma forse non si sa ancora bene dove si generino i risparmi.  La tanto proclamata efficienza è ancora da provare e non può basarsi sul fatto che i costi dei consumi energetici vengono esternalizzati, dalle aziende ai loro provider cloud, e quindi i consumi diminuiscono. Il vantaggio del cloud computing è che permette la standardizzazione di molti servizi e applicazioni, che sono così molto più facilmente disponibili e utilizzabili. Questo porta un aumento dell’utilizzo di risorse IT e quindi dei consumi. E’ un circolo sia virtuoso che vizioso.
Certamente tutto il settore IT ha fatto grandi passi negli ultimi anni in termini di efficienza, ma questo significa che facciamo molto di più con una singola unità di energia di quanto abbiamo fatto finora.
Oramai la sostenibilità e il cosiddetto Green IT non sono più argomenti riservati ai fondamentalisti verdi. Per molte società sono un elemento chiave di una strategia di lungo periodo. Molti marchi sono consapevoli della loro responsabilità in termini ambientali ma, oggi più che mai in tempi di crisi, quello che conta veramente è l’aumento del fatturato, il miglioramento dell’efficienza e la riduzione dei costi.
Il cloud computing è un’ottima cosa, non lo possono negare neanche coloro che fanno notare come in realtà non sia una realtà così nuova. Ma questo è il suo momento.
Non sarà grazie al cloud computing che si salverà il pianeta, ma probabilmente è sbagliato chiederglielo.
Il problema è che a forza di aggiungere argomenti verdi per favorire la vendita di tecnologia, e non solo, si rischia di creare confusione.
La vera sfida per tutti, e per la cosiddetta  green economy in particolare, è quella dell’onestà. Dimostrare che il business amico dell’ambiente sia profittevole non è facile. Anche se fino a oggi la dimostrazione la si è cercata nell’ottica del profitto, e non dell’ecologia. E’ come cercare di incastrare tra di loro due oggetti di forme diverse. Sappiamo che dobbiamo ridurre le emissioni e ci mettiamo a calcolare quanto si possa risparmiare in bolletta. E così cerchiamo di diminuire la CO2 prodotto a un costo inferiore, ma se il taglio delle emissioni necessario per risolvere i cambiamenti climatici non è profittevole, allora non si fa. Considerando i prezzi correnti dell’energia ridurre le emissioni non conviene.
Il cloud computing risponde alle esigenze di un mondo che produce, gestisce, virtualizza, copia e conserva una mole impressionante di informazioni e dati, destinata ad aumentare in modo esponenziale.
Non è un caso che in questi ultimi mesi, a partire dalla seconda metà del 2011, i venture capital in tutto il mondo – dall’Australia agli Stati Uniti – hanno finanziato quasi esclusivamente progetti o start up innovative che avevano a che fare con un algoritmo.
Tutti sono alla ricerca dell’algoritmo magico che permette di prevedere il tempo o gli incassi di un nuovo film, o di indovinare cosa vogliamo comprare e a che prezzo. Sono tanti i moderni alchimisti alla ricerca dell’algoritmo perfetto che trasforma tutto in oro. L’ecologia allora dovrebbe essere qualcosa che ha a fare innanzitutto con il pensiero e con l’idea che abbiamo del mondo in cui vogliamo vivere, e non della sua proiezione “social” o da quello che risulta dalle nostre ricerche su Google.