Questo sito usa i cookie (anche di terze parti), per fornirti una migliore esperienza di navigazione. Continuando a navigare ne accetti l'utilizzo. Maggiori informazioni Chiudi
unique management advisory

Chi Siamo

Un-Guru® è una innovativa società di consulenza strategica di direzione. La nostra missione è creare, sviluppare e rendere sostenibile il valore, tangibile e intangibile, di imprese, enti e organizzazioni, fornendo soluzioni professionali di elevata qualità. [...]
Sul piatto della bilancia ecologica il nostro stile di vita

Digitalic
Marzo 2014
rubrica Punto G
“Le dimensioni di un’impronta”

Sono centinaia i siti web che permettono di calcolare la propria impronta ecologica. E, come spesso succede con i numeri, non è difficile trovare quelli che danno la risposta più soddisfacente per chi sa cercare.
Inserendo i dati basati su uno stile di vita che può essere considerato normale – anche se in modo approssimativo – in dieci tra i più conosciuti di questi siti si ottengono risultati in termini di emissioni di anidride carbonica che oscillano da dodici a trenta tonnellate per anno.
E’ una differenza decisamente sostanziosa.
E’ opinione comune che se sapessimo esattamente qual è il costo per l’ambiente del nostro stile di vita potremmo provare a renderlo più sostenibile. Mentre molte persone vivono con l’ossessione della bilancia e controllano quotidianamente le variazioni di peso, praticamente nessuno tiene sotto controllo le emissioni nocive di cui è responsabile.
La grande differenza nei risultati rende difficile avere consapevolezza degli impatti dei propri comportamenti.
E comunque si tratta di numeri astratti, cui è difficile dare sostanza.
Quante sono davvero dodici o trenta tonnellate di emissioni?
A quanto sembra siamo in grado di reagire solo a ciò che è rilevante, i cui effetti sono tangibili, a cui riusciamo a dare un valore, quasi sempre di tipo monetario.
Secondo il filosofo Duccio Demetrio il problema è anche di tipo culturale e psicologico. La natura “è vista soprattutto come madre. L’uomo ha l’atteggiamento del bambino che usufruisce della figura materna senza dare niente in cambio. Dobbiamo invece vedere la natura come figlia e ripristinare lo scambio tra uomo e natura che esisteva nelle culture antiche, in cui per esempio alle divinità si doveva sacrificare qualcosa come ringraziamento. Ma oggi chi ringrazia la natura?”.
Secondo alcuni vanno letti come un segno positivo per l’ambiente la crescita del numero degli animalisti in Italia. In base ai dati del nuovo Rapporto Eurispes l’85,5% degli intervistati si dichiara fermamente contrario a uccidere animali per le pellicce e il 74,3% è contrario alla caccia. Anche il circo non gode di una buona fama; per il 65% del campione dovrebbe essere vietato lo sfruttamento degli animali e solo poco più della metà si dice d’accordo con l’esistenza degli zoo.
Secondo lo stesso sondaggio il 6,5% del campione è vegetariano e lo 0,6% vegano, in crescita rispetto a qualche anno fa. La motivazione che spinge alla scelta di un regime alimentare senza carne è motivata dal rispetto nei confronti degli animali (il 31%), dalla volontà di mangiare sano (24%) e solo nel 9% dei casi da un esplicito desiderio di tutelare l’ambiente.
La maggioranza degli italiani, il 51,9%, è favorevole a una proposta di legge per impedire la macellazione degli equidi (cavalli, asini, etc.).
L’amore per gli animali e scelte alimentari consapevoli possono sicuramente contribuire a stili di vita sostenibili, ma non è chiaro se l’amore per l’ambiente possa essere considerato una causa o una conseguenza di tali scelte.
Sicuramente hanno a che fare con una migliore qualità della vita a cui siamo in grado di dare un valore.
E poi c’è il problema dei falsi miti da sfatare o per lo meno l’accesso a informazioni corrette.
Con riferimento al cibo e l’allevamento, ad esempio, sono molti gli elementi da valutare.
Se si considera l’impronta idrica, l’acqua necessaria per coltivare o produrre carne o cibo più in genere, si commette l’errore di ragionare solo in termini di volumi. Di solito il termine di paragone è quanta acqua è stata impiegata per produrre un chilo di pomodori o di manzo.
Ma l’acqua impiegata non è tutta uguale. C’è l’acqua blu, quella prelevata dalla falda, l’acqua verde, in pratica quella piovana, e l’acqua grigia, usata per depurare gli scarichi idrici di produzione.
E’ difficile che venga fatta distinzione e non è esatto assimilarle. L’utilizzo di acqua blu in zone non aride ha un impatto minore rispetto alle aree con problemi di siccità.
Si tratta di una corretta consapevolezza e non di giustificare il menefreghismo ecologico. E nemmeno confermare le tesi di chi sostiene che quello ambientale sia semplicemente terrorismo.
Se la sostenibilità non riesce a essere un argomento che scalda i nostri cuori e che funziona dal punto di vista emotivo è comunque una buona causa dal punto di vista della ragione e della nostra qualità del vivere e di quella dei nostri figli.
E dato che non riusciamo a sentirci responsabili per il destino di un fiume o dell’intero pianeta, possiamo però imparare a fare la raccolta differenziata, per esempio, o a sprecare meno acqua quotidianamente. La sostenibilità dovrebbe cominciare a essere una questione a misura d’uomo, alla nostra portata.

OGM FOR AFRICA
Una delegazione di esperti politici della Commissione Europea si è recata in Etiopia, prima tappa di un tour africano per discutere dell’utilizzo di OGM nella produzione di alimenti. Sono molti i paesi favorevoli, Italia inclusa. Per le organizzazioni non governative che operano in loco la missione è di fatto un’approvazione ufficiale all’utilizzo di OGM. Le riserve sino a oggi non erano collegate a una riflessione sul rischio per la salute in sé ma alla paura di boicottaggio da parte dei consumatori europei di prodotti geneticamente modificati.
Alcuni produttori africani ritengono l’adozione di OGM una nuova forma di colonialismo. Alcuni paesi però stanno già coltivando cotone e frumento facendo ricorso a OGM, mentre il mais modificato sarà disponibile su larga scala a partire dal 2017.

#FELICITA’
Le Nazioni Unite hanno pubblicato un rapporto sulla felicità, basato su ricerche svolte in 150 paesi. La premessa è che la felicità non è più considerata un bene di lusso, riservata a chi ha sconfitto fame e povertà, e che dovrebbe essere la felicità la misura del benessere di una nazione, più che il PIL.
Oltre che al reddito la felicità è collegata al grado di libertà, alla salute, alle aspettative di vita. Un altro elemento ritenuto fondamentale nel mondo per essere più felici è la mancanza di corruzione.
I paesi più ricchi non sono i più felici ma quelli più infelici sono i più poveri dell’area sub-sahariana.
La ricetta per la felicità non è ancora a portata di mano e, soprattutto, sembra basarsi sulla possibilità di potersela costruire senza vincoli, restrizioni e modelli imposti.