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L’arte e la sfida della sostenibilità

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1° Master Un-Guru per Il Sole 24 Ore sul Non Profit

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Crowdfunding in ascesa anche per il settore non profit

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Connettività fa rima con felicità

La condivisione fa bene all'economia
Digitalic
01/01/2014vedi articolo originale
Connettività fa rima con felicità

Digitalic
Gennaio 2014
rubrica Punto G
“La condivisione fa bene all’economia”

Siamo una società sciapa e infelice, secondo il 47° Rapporto del Censis sull’Italia del 2013.
Un Paese senza fermento, passivo, dove vincono la furbizia e il disinteresse per gli altri.
Una società di persone malcontente, che provano rancore per il progressivo declino del cosiddetto ceto medio nella scala sociale.
Qualche segnale positivo emerge dalla “lenta emersione di processi e soggetti di sviluppo che consentirebbero di andare oltre la sopravvivenza”.
Il primo di questi segnali è il ruolo sempre più attivo dell’imprenditoria femminile.
Capacità di resistenza e adattamento difensivo, ma anche di innovazione, rilancio e cambiamento, sono tratti essenziali delle strategie messe in atto dalle donne nel mondo produttivo.
Altri buoni input vengono dalle imprese create e gestite dagli stranieri e dalla rivitalizzazione delle eccellenze del territorio.
Le due grandi opportunità per il futuro sono rappresentate da una radicale revisione del welfare e dall’economia digitale.
Il filo rosso che può fungere da motore per uno sviluppo diverso è la connettività; non solo quella intesa in senso tecnico, ma quella di relazione che coinvolge diversi soggetti.
Rimaniamo un paese chiuso nell’egoismo e nel particolarismo ma la crisi ci impone di guardare oltre.
La connettività non verrà molto probabilmente dalle istituzioni o dalla politica, ma sarà di tipo “orizzontale, quella che si trova nei vari sottosistemi della vita collettiva”.
A tenere insieme, faticosamente, il sistema, ci sono le famiglie. Sono poco meno di otto milioni le famiglie che hanno ricevuto dalle rispettive reti familiari una forma di aiuto nell’ultimo anno. E 1,2 milioni di famiglie, che non sono riuscite a coprire le spese con il proprio reddito, hanno fatto ricorso a prestiti di amici.
Ciò nonostante il vissuto quotidiano è quello di uno stato di tensione continua che, se da un lato porta a una nuova sobrietà contrapposta a sprechi ed eccessi, dall’altro crea un sentimento diffuso di difficoltà e preoccupazione verso il futuro.
I giovani in particolare cercano altrove nuove opportunità.
Nell’ultimo decennio il numero di cittadini che si sono trasferiti all’estero è più che raddoppiato, passando dai circa 50mila del 2002 ai 106mila del 2012 (+115%). Ma è stato soprattutto nell’ultimo anno che l’incremento si è accentuato (+28,8%). Nel 54,1% dei casi si è trattato di giovani con meno di 35 anni.
Chi se ne è andato lo ha fatto per cercare migliori opportunità di carriera e di crescita professionale (il 67,9%), per trovare lavoro (51,4%), per migliorare la propria qualità della vita (54,3%), per fare un’esperienza di tipo internazionale (43,2%), per lasciare un Paese in cui non si trovava più bene (26,5%), per vivere in piena libertà la propria vita sentimentale, senza essere vittima di pregiudizi o atteggiamenti discriminatori, come nel caso degli omosessuali (12%). Nel confronto con l’estero, per loro il difetto più intollerabile dell’Italia è l’assenza di meritocrazia, denunciata dal 54,9%, poi il clientelismo e la bassa qualità delle classi dirigenti (per il 44,1%), la scarsa qualità dei servizi (28,7%), la ridotta attenzione per i giovani (28,2%), lo sperpero di denaro pubblico (27,4%).
Il 56% degli italiani – contro il 42% della media europea – non ha attuato nessun tipo di coinvolgimento civico negli ultimi due anni, neppure quelli di minore impegno, come la firma di una petizione.
“Al contrario, si registrano nuove energie difensive in tanta parte del territorio nazionale contro la chiusura di ospedali, tribunali, uffici postali o presidi di sicurezza”.
Anche secondo l’analisi di GFK Eurisko cresce la voglia di condivisione e di nuovi legami sociali.
Una nuova e diversa voglia di partecipazione che nasce dalle nuove sensibilità ambientali, i nuovi comportamenti di consumo responsabili, le comunità in rete.
La sfida per chi vorrà cogliere queste crescente, ma drasticamente differente, voglia di partecipazione sarà quella di adattare l’offerta a una mutata domanda.
Occorrerà riconoscere che la partecipazione è necessariamente collegata a un riconoscimento dell’io e delle motivazioni individuali, anche nell’identificazione a una causa collettiva, e non più puntare solo su critica e rinuncia.
La partecipazione, sempre secondo Eurisko, dovrà essere emotiva, creare relazioni, costruire esperienze in cui trovare significati anche in termini di benessere individuale, e non solo di contributo a una causa sociale o collettiva.
E farci sentire connessi e un po’ meno soli e insicuri.

GESTIONE DEI RISCHI
Per qualcuno si tratta di una strategia di gestione dei rischi nel lungo periodo. Per altri è una scelta competitiva. Di sicuro quella fatta da grandi multinazionali – del calibro di Google, Microsoft e Walt Disney – negli USA è una novità interessante. Di cosa si parla? Della decisione di stabilire un prezzo “interno” per le loro emissioni di CO2, in vista di un ipotetico futuro in cui una possibile tassa contro l’inquinamento potrebbe obbligarli a pagare per combattere il cambiamento climatico. Il prezzo per tonnellata varia dai 6 ai 60 dollari e in base al mercato in cui si opera. Le aziende dei comparti utilities ed energia sono quelle che applicano i valori più alti. E’ troppo presto per valutare gli impatti di una simile strategia anche se, nel breve periodo, potrebbe contribuire ad aumentare l’efficienza energetica e alla crescita degli investimenti per abbassare le emissioni nocive.

L’INSOSTENIBILE CONSUMO DI SUOLO
Un modo nuovo e più sostenibile di concepire il territorio e gli spazi urbani. E’ l’unica via, secondo Legambiente, per combattere un’urbanizzazione sregolata e irrispettosa. Tutti i dettagli sono contenuti nel dati del libro “L’insostenibile consumo di suolo” (Edicom Edizioni), secondo cui in Italia, a fronte di una crescita demografica ed economica quasi nulla, le aree urbanizzate continuano a crescere al ritmo di oltre 8 metri quadri al secondo. Questo vuol dire che ogni cinque mesi viene cementificata una superficie pari a quella del comune di Napoli e ogni anno una pari alla somma dei territori di Milano e Firenze. In termini assoluti, l’Italia è passata da poco più di 8.000 km² di consumo di suolo del 1956 ad oltre 20.500 km² nel 2010: se nel 1956 erano irreversibilmente persi 170 m² per ogni italiano, nel 2010 il valore raddoppia, passando a più di 340 m².