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I quattro gradi in più che cambieranno il pianeta

Il fattore 4 gradi e il futuro del pianeta
Digitalic
01/02/2013vedi articolo originale
I quattro gradi in più che cambieranno il pianeta

Digitalic
Febbraio 2013
rubrica Punto G
“Il fattore 4 gradi e il futuro del pianeta”

Per Bertolt Brecht il dubbio è la più certa di tutte le cose sicure. E sono molte le citazioni che si potrebbero utilizzare per ricordarci che la capacità di dubitare è strettamente collegata a quella che comunemente definiamo intelligenza.
Ciò nonostante la capacità di mettere in dubbio le nostre certezze è poco praticata, spesso disincentivata.
Eppure ci farebbe bene ogni tanto essere meno ostinati e più disposti al dialogo.
Perché l’ostinazione ha un prezzo, ma non sempre c’è da guadagnare.
Praticare il dubbio è anche una questione di tempi, c’è un momento giusto per tutte le cose.
Eppure a volte è proprio vero che è meglio tardi che mai.
Un esempio molto efficace lo fornisce il Fondo Monetario Internazionale, l’organizzazione creata per scongiurare le gravi crisi economiche, come la Grande Depressione degli anni ’30, e favorire la promozione della stabilizzazione delle relazioni monetarie e finanziarie internazionali.
In uno studio recentemente pubblicato il Fondo ammette che le previsioni dell’istituto sul PIL della Grecia e di altri paesi europei erano sbagliate.
E’ stato “sottovalutato gravemente l’aumento della disoccupazione e la riduzione della domanda interna associata al consolidamento fiscale”.
Il primo pensiero è che in oltre 60 anni di storia del Fondo Monetario c’erano già state prove evidenti del fatto che, nei paesi in cui i moltiplicatori della spesa pubblica sono alti, i tagli alla spesa pubblica costano in termini di produttività più del risparmio.
I dati sulla Grecia dimostrerebbero che a ogni dollaro di taglio della spesa pubblica sia corrisposto un dollaro e mezzo di taglio del PIL.
I conti pubblici vanno risanati, ma non è sufficiente.
L’austerità avrebbe degli effetti collaterali indesiderabili che non erano stati previsti e che si stanno facendo sentire, e che assomigliano molto a quelle gravi crisi economiche per cui si era arrivati alla costituzione dell’FMI.
La nascita del Fondo era stata accompagnata, nel 1945 e in seguito agli accordi noti come di Bretton Woods, da quella della Banca Mondiale, che avrebbe dovuto specificamente occuparsi dello sviluppo e della riduzione della povertà.
Anche la Banca Mondiale ha recentemente esercitato il dubbio.
E ha scoperto che un aumento della temperatura di quattro gradi Celsius entro la fine del secolo sarebbe insostenibile per il pianeta.
L’emergenza sarebbe particolarmente pressante per Africa, Asia e l’area del Mediterraneo.
Il presidente della Banca Mondiale Jim Yong Kim ha dichiarato che non si potrà mai sconfiggere la povertà se non si affronta il cambiamento climatico.
Per qualcuno si tratta di un alibi. La lotta alla povertà sarebbe impossibile per cause di forza maggiore.
Potrebbe invece essere una buona occasione per provare a dubitare in maniera condivisa.
E incominciare a pensare che la ricchezza, la povertà, lo sviluppo, il benessere e lo stato di salute del Pianeta sono in una relazione di mutua dipendenza.
Secondo la Banca Mondiale se tutti gli impegni, più o meno stringenti, presi a livello internazionale dai principali paesi inquinatori fossero rispettati, se tutte le promesse venissero mantenute, dovremmo comunque affrontare un innalzamento della temperatura di 3 gradi entro la fine del secolo.
La Banca Mondiale dichiara anche che il fattore “4 gradi” è già diventato un elemento indispensabile per qualsiasi pianificazione economica.
Il presidente Kim ritiene che questi dati dovrebbero scioccarci e che dovremmo darci da fare per “spegnere” il riscaldamento della terra.
C’è chi risponde che intanto la Banca Mondiale dovrebbe smettere di investire in progetti che sostengono il ricorso a combustibili fossili.
Ma non è una soluzione al problema.
Dovremmo cominciare con l’esserne consapevoli e dovremmo fare in modo che la cosa ci riguardi, che ce ne importi. Dello studio della Banca Mondiale sui “quattro gradi” da noi si è parlato poco. E anche del mea culpa del Fondo Monetario Internazionale sui modelli di sviluppo e crescita che abbiamo perseguito fino a ora.
La campagna elettorale avrebbe potuto essere un’occasione, ma ci si è limitati ad accusare l’avversario, qualunque esso sia, di non aver parlato di Green Economy.
E pensare che siamo un paese in cui un nuovo governo, qualunque sia, sarà chiamato a mettere fine all’incertezza, alla crisi, e avviarci verso uno sviluppo compatibile con le risorse che abbiamo a disposizione.
Quel che è certo è che ci aspetta un futuro caldo. Speriamo che non sia un caldo così spossante da indebolire la nostra capacità di riflettere e di esercitare l’arte del dubbio.

IDENTIKIT DELL’AMBIENTALISTA ITALIANO
Vivere in maniera più verde. E’ quello che hanno fatto gli intervistati per la ricerca del Partito democratico europeo “Ambiente, inquinamento, Green Economy”. Secondo l’analisi gli italiani sono più consapevoli sui temi verdi ma non hanno fiducia nelle istituzioni, bensì nelle associazioni ambientaliste (53%). Per il 15% in tempi di crisi l’attenzione all’ecologia è un vincolo, mentre per l’80% è un’opportunità per evitare gli sprechi. Il 97% ritiene che la principale urgenza sia la riduzione dei rifiuti e l’85% chiede di tassare le attività inquinanti.

CASE PASSIVE, LO CHIEDE L’EUROPA
La casa passiva è un edificio progettato per limitare al massimo la dispersione del calore, con un risparmio del 90% sul costo del riscaldamento, senza rinunciare al confort.
A partire dal 2021 tutti i nuovi edifici costruiti in Europa dovranno rispondere a caratteristiche di passività, con consumi che non dovranno superare il 25% di quelli tradizionali. Si stima che costruire una casa passiva costi il 15-20% in più rispetto a una casa normale, ma le spese vengono ripagate dal minor peso delle bollette.

SFUMATURE DI VERDE
Il verde – nella tonalità smeraldo, 17-5641 – sarà il colore dell’anno 2013. Lo ha stabilito una giuria di designer, nominata dal Pantone Color Institute del New Jersey.
Il verde è il colore dell’ambiente e dei dollari. Sarebbe anche il colore che l’occhio umano vede più spesso in una giornata e richiama crescita, rinnovamento e prosperità.
Secondo Audrey Guskey, psicologo della Duquesne University, in Pennsylvania, il verde smeraldo è una scommessa sulla fine della crisi, lasciandoci alle spalle il «Tango tangerine» del 2012, il cui arancione quasi sbiadito sembra oggi, a posteriori, la scelta perfetta per un anno di paura e depressione.