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Sulle emissioni intesa difficile

Un tifone silenzioso si abbatte sul green
Digitalic
01/01/2013vedi articolo originale
Sulle emissioni intesa difficile

Digitalic
Gennaio 2013
rubrica Punto G
“Un tifone silenzioso si abbatte sul green”

Piangeva Naderev Sano. Piangeva per i 540 morti, gli 827 dispersi e i 5,4 milioni di persone colpite dal tifone Bopha nelle Filippine lo scorso dicembre.
Piangeva mentre parlava al summit delle Nazioni Unite sui cambiamenti climatici a Doha, in qualità di capo delegazione delle Filippine, proprio nel momento in cui nel suo paese si tornava a morire di pioggia e fango.
E forse sono state quelle lacrime l’unico contributo per riempire il bicchiere. Si perché, come ha dichiarato il nostro ministro dell’Ambiente Corrado Clini: “Il bicchiere di Doha è per tre quarti vuoto e per un quarto pieno”.
Il 2012 è stato un anno di grandi appuntamenti per l’ambiente. Prima, durante l’estate, la Conferenza di Rio+20, venti anni dopo il primo vertice per la Terra che in Brasile stabilì che cosa dovesse intendersi per sviluppo sostenibile, impegnando i Governi e la società civile in uno sforzo comune per non sacrificare le possibilità di futuro delle prossime generazioni.
Poi, a dicembre, due settimane di negoziati a Doha, con 194 Paesi impegnati in una Conferenza sui cambiamenti climatici che aveva l’obiettivo di stabilire cosa farne del Protocollo di Kyoto; l’accordo che dovrebbe disciplinare le emissioni in atmosfera di gas a effetto serra e decidere, in buona sostanza, dell’aria che respiriamo.
Un’intesa non si è trovata e la crisi è stata la ragione invocata da tutti coloro che un’intesa, di fatto, non la volevano.
Non si è nemmeno giunti a una votazione finale. Si sono adottati dei testi con un metodo “inusuale”: una dichiarazione del Presidente della Conferenza, Abdallah al-Attiya, mentre il delegato russo batteva la bandiera sul tavolo per protesta.
Il risultato ottenuto è che il Protocollo di Kyoto sopravvive, ma versa in condizioni gravissime.
Tra i paesi che non lo hanno mai ratificato e quelli che si sono sfilati nel corso degli anni restano fuori dall’accordo i grandi inquinatori. Sia paesi sviluppati come Usa, Canada, Giappone e Russia, che quelli emergenti come Cina (il primo paese anche nella classifica degli inquinatori), India, Brasile, Messico e Sud Africa.
L’impegno a ridurre le emissioni resta valido per l’Unione Europea e qualche altra nazione, una minoranza pari a circa il 15-20% del totale delle emissioni prodotte.
E non ci sono veri passi in avanti perché il Kyoto2, firmato da Unione Europea, Australia, Svizzera e Norvegia stabilisce che la misura dei tagli dei gas serra per il periodo 2013-2020 sarà decisa solo nel corso del 2013.
C’è un impegno morale a trovare un accordo più ampio nel 2015, per gli impegni successivi al 2020.
La crisi internazionale è stata il motivo per fare un passo indietro anche, e soprattutto, su questioni di soldi.
I paesi più poveri reclamavano il rispetto degli impegni presi oltre tre anni fa, quando ancora vivevamo nell’illusione della prosperità senza fine, che prevedevano fondi per oltre 100 miliardi di dollari come aiuto per investimenti in energie pulite e per combattere l’innalzamento del livello del mare e, più in generale, gli impatti dei cambiamenti climatici.
Era un’offerta generosa anche se non si arrivò mai a stabilire come quei fondi sarebbero stati effettivamente erogati. A Doha i paesi europei hanno messo sul tavolo otto miliardi di dollari, ma rimane l’indeterminatezza su come e chi deve spendere questi soldi.
La diplomazia si conferma essere un’arte complessa. Ma la situazione è piuttosto semplice.
Secondo i climatologi delle Nazioni Unite per mantenere il riscaldamento sotto i due gradi le emissioni dei vari gas serra devono scendere a 44 miliardi di tonnellate entro il 2020. Oggi siamo già a circa 50 miliardi e senza interventi arriveremmo a 58 miliardi nel 2020.
Gli impegni internazionali presi a oggi valgono una riduzione di un solo miliardo.
Un accordo globale è inevitabile.
Non si tratta di una questione filosofica, o di un generico discorso sulla qualità della vita.
L’aumento dell’intensità e della frequenza di eventi climatici estremi in tutto il pianeta è evidente. Catastrofi che colpiscono sia i paesi ricchi, che quelli poveri. E che sono sempre più imprevedibili negli effetti, nonostante alle previsioni meteo siano dedicati i più grandi supercomputer al mondo e una potenza di elaborazione dei dati che non è paragonabile a quella utilizzata per altre applicazioni, altrettanto vitali e “mission critical”.
Piangeva Naderev Sano a Doha e intanto chiedeva: “Per favore, basta ritardi e basta scuse”.
In cambio ha ottenuto un applauso.

RISPARMIO, RINUNCIO, RINVIO
Secondo il Rapporto Censis 2012 il crollo dei consumi degli italiani è causato dalle nuove tre R: Risparmio, Rinuncio, Rinvio. Si spiega così la riscoperta dell’orto e dell’autoproduzione, il ritorno ai mezzi pubblici e alla bicicletta. Se si incrociano i dati con il “Termometro della sostenibilità” (di WWF Italia e Grow The Planet) si vede che la sobrietà si sposa con l’ambiente. Si bada di più alla provenienza e alla sicurezza degli alimenti. Si torna a comprare dai produttori e nei mercati cittadini, meglio se biologico, e si diffonde la consapevolezza che per vivere bene “basta il giusto”.

GREEN ECONOMY: I TREND 2013
E’ uno scenario piuttosto nero quello disegnato dal mensile Forbes sui trend che caratterizzeranno la green economy nel 2013. Si conferma la riduzione degli investimenti da parte di venture capital. Rallenta il ricorso a solare e vento come fonti di energia alternativa ed è previsto un ulteriore ritorno al cosiddetto carbone pulito. Tempi difficili anche per i veicoli elettrici. La sola notizia positiva è collegata a un rafforzato impegnato da parte delle imprese nella riduzione degli impatti negativi, in particolar modo da parte dell’industria mineraria.

CLOUD PULITO?
Piuttosto che innovare – o rinnovare – anche nella produzione di energia le imprese IT sembrano preferire la “dirty energy”. Lo sostiene Greenpeace in un’analisi dedicata al cloud computing, secondo la quale i big del settore tendono a concentrarsi in cluster in alcune aree geografiche, facendo aumentare il ricorso a carbone e nucleare. L’Associazione ha pubblicato (in inglese, su greenpeace.org) la guida “How clean is your cloud”, un’analisi sugli attuali consumi di una tecnologia affamata di energia e consigli per rendere più verdi le nostre nuvole.