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Come è difficile essere animalisti

La guerra al cammello e altri estremismi
Digitalic
01/05/2014vedi articolo originale
Come è difficile essere animalisti

Digitalic
Maggio 2014
rubrica Punto G
“La guerra al cammello e altri estremismi”

Non sparate sui cammelli, non è colpa loro. E’ un autorevole studio svizzero a farci riflettere sui pregiudizi di cui è vittima l’intera famiglia dei camelidi. Anche loro producono metano, un gas a effetto serra ben più nocivo del biossido di carbonio, ma ne producono molto meno che mucche, vitelli, capre e pecore.
I ruminanti, nel loro processo di digestione emettono grandi quantità di metano, circa il 20% delle emissioni globali di metano. E così i cammelli sono vittime di un pregiudizio perché, a causa delle similitudine del loro sistema digestivo, sono stati ritenuti responsabili di produrre altrettanto gas.
Ma i ricercatori dell’Università di Zurigo hanno dimostrato che in realtà ne producono molto meno. Il motivo sta nel fatto che sono simili ai ruminanti, ma non identici.
Un cammello è responsabile di molte meno emissioni di una mucca di grandezza comparabile.
E’ una questione di metabolismo, che nei cammelli è molto più lento.
A parità di cibo ingerito le emissioni sarebbero identiche, ma i camelidi mangiano decisamente meno dei ruminanti.
I paesi in cui vivono cammelli, dromedari, alpaca e lama potrebbero averne un vantaggio in termini di contabilità dei gas nocivi.
Tuttavia nemmeno gli studiosi svizzeri si spingono a suggerire la sostituzione con i ruminanti per uso alimentare. Una mucca di una grandezza comparabile a un cammello produce molta più carne e, per giunta, una carne di cui c’è forte domanda.
Probabilmente nemmeno le persone sensibili alle questione ambientali penserebbero di passare alle bistecche di cammello, anche quelle attente al consumo di carne e alle modalità di allevamento degli animali.
La storia dei cammelli, cui è stata resa giustizia, è però significativa. Quanti italiani si dichiarano amanti degli animali e quanti si ritengono paladini dei loro diritti? Sono in molti, moltissimi, tanto che l’amore per gli animali è diventato strumento di marketing, anche elettorale.
Eppure non c’è alcun automatismo che garantisca che l’amore per gli animali domestici sia anche e necessariamente amore per l’ambiente.
Evidentemente il bene che nasce dalla relazione con il proprio cane, gatto, cammello, pesce rosso o quant’altro non ha niente a che fare con la natura. Beninteso, si tratta di un amore legittimo e ognuno ha il diritto di fare come meglio crede. Ma è qualcosa di decisamente umano.
Un’associazione animalista americana ha recentemente disseppellito l’ascia di guerra contro quelli che chiama “gli amanti degli animali in stato di confusione”. Quelli che dicono di amare gli animali come i propri figli, ma non possono fare a meno di un maglione di angora. Quelli che ci sono gli animale da considerare “cibo” e quelli “pet”. I fanatici del social felino, che intasano le bacheche di Facebook con le foto di gatti, ma comprano cosmetici testati sugli animali.
Senza considerare l’utilizzo della pelle di animali, anche improbabili, per la realizzazione di accessori di moda.
Insomma ce n’è un po’ per tutti.
Se c’è una causa a cui l’estremismo ha recato dei danni quella è decisamente l’ambientalismo.
Che la privazione e il pauperismo non siano la risposta ai problemi del pianeta è, per lo meno in questa rubrica, un dato assodato.
Che l’amore e il rispetto per gli animali domestici possano essere un aiuto a riflettere su comportamenti più consapevoli è una timida speranza.
Non si tratta di doversi sottomettere a chissà quali rinunce o a una vita di difficile ricerca di soluzioni alternative. Basterebbe avere un po’ di compassione anche per gli “altri” animali e per gli ecosistemi naturali.
Sembra che nessuno, nemmeno gli scienziati svizzeri, abbiano mai visto un elefante in natura alzarsi sulle zampe posteriori. L’uso di animali selvatici nei circhi dovrebbe essere scoraggiato perché, anche nel migliore dei casi, passerebbero il 96% della loro vita in una gabbia.
Molti passi avanti sono stati fatti rispetto ai test sugli animali, soprattutto se non necessari, come nell’industria cosmetica. Si può imparare a fare un po’ di attenzione in più rispetto alla provenienza dei prodotti che si acquistano e, come clienti, chiedere prodotti cruelty-free.
Utilizzare gli animali per la dissezione dovrebbe essere una pratica limitata. Negli Stati Uniti, a titolo di esempio, 10milioni di animali all’anno sono sacrificati nelle aule di biologia da teenager che probabilmente potrebbero farne a meno, senza gravi danni sulla loro formazione e istruzione.
E poi c’è il consumo di pesce, una risorsa limitata. Oggi si possono scegliere prodotti della pesca sostenibile – che non mette in pericolo le specie marine e gli ecosistemi. E avere consapevolezza che alcune specie, dato che sono a rischio, devono necessariamente essere più costose, in modo da limitarne il consumo. I tempi sono ormai maturi per sapere che il tonno è in pericolo e per diminuirne il consumo di quello in scatoletta venduto a prezzi decisamente bassi.
E imparare a chiedere da dove proviene la carne che mangiamo. L’80% dei maiali mandati al macello negli Usa è affetto da polmonite, a causa delle condizioni negli allevamenti.
Si tratta di dare un po’ di quell’amore che riserviamo agli animali domestici agli altri esseri viventi, anche quelli appartenenti alla specie homo sapiens.

MENO SACCHETTI PER TUTTI
Durante l’ultima riunione plenaria del Parlamento Europeo, prima delle elezioni del 25 maggio, i deputati hanno dichiarato guerra ai sacchetti di plastica che inquinano l’ambiente, particolarmente l’acqua e gli ecosistemi aquatici.
L’obiettivo è di ridurli dell’80% in 5 anni, entro il 2019, rispetto ai numeri dell’anno base 2010 (200 sacchetti per ogni cittadino europeo). Sono previste agevolazioni per i sacchetti biodegradabili, che dovranno essere usati anche per frutta e verdura, in alternativa a sacchetti di carta riciclati.

TRA IL DIRE E IL FARE…
Secondo l’indagine Feel Good Fashion 2014 realizzata dall’olandese Rank a Brand 368 marchi della moda il rischio di greenwashing, di ecologismo di facciata è altissimo.
Il 63% dei marchi messi sotto osservazione utilizza il termine “sostenibilità” nel proprio sito web, mentre il 20% pubblica periodicamente un report dedicato. il 50% dei marchi dichiara di perseguire una politica interna di riduzione delle emissioni, ma solo il 4% ha ottenuto miglioramenti significativi nell’arco degli ultimi cinque anni. Solo il 3% inoltre ha individuato un obiettivo specifico per i prossimi cinque anni.
Solo 16% dei marchi ha eliminato dal proprio processo di produzione le sostanze chimiche pericolose mentre il 53% ha adottato un codice etico per favorire condizioni di lavoro dignitose per i propri dipendenti, vietando lavoro minorile e discriminazioni.
I migliori, in termini di azioni intraprese a favore dell’ambiente, sono i marchi dell’abbigliamento sportivo mentre i peggiori quelli dell’abbigliamento per bambini.
I più esposti al rischio greenwashing sono i marchi del settore delle calzature (il 52%) e dell’intimo e underwear (il 50%).

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