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Un futuro all’insegna dell’abbondanza frugale

Uno sviluppo alternativo: "L'abbondanza frugale"
Digitalic
01/09/2012vedi articolo originale
Un futuro all’insegna dell’abbondanza frugale

Digitalic
Settembre 2012
rubrica Punto G
“Uno sviluppo alternativo: l’abbondanza frugale”

Il rientro dalle vacanze è il momento dei buoni propositi. E’ per questo che può essere l’occasione propizia per affrontare quello che per molti è un tabù: il tema della decrescita.
L’ideale sarebbe abbandonare i preconcetti. Evitare di oscillare tra un ingenuo ottimismo, un po’ credulone, e il fondamentalismo di chi ritiene che meno sia meglio e più bello. Sempre e comunque.
In ogni caso il compito è arduo. Un po’ perché la decrescita non è ancora un modello, una teoria o un credo pronto per l’uso. E in parte anche perché si tratta di un’idea che è nata “contro” qualcosa: contro il modello economico cosiddetto prevalente, contro la finanza speculativa additata come responsabile della crisi. Contro uno sviluppo che, come lo abbiamo conosciuto fino a ora, è ritenuto pericoloso, dannoso, insostenibile dal punto di vista sociale e ambientale.
In poche parole contro un modello di crescita che, in buona sostanza, fino a oggi è stata crescita del Pil (il Prodotto interno lordo), un indicatore divenuto un simbolo sacro, un totem di fronte al quale avremmo potuto adottare un po’ di sano distacco e scetticismo, piuttosto che sceglierlo come Principio unico e vero, misura di tutte le cose sulla Terra.
Da tempo impazza il dibattito su cosa possa o debba sostituire il Pil. Per il momento basterebbe un atteggiamento di laica consapevolezza per non attribuirgli significati che non può avere. Una briciola di realismo sufficiente per rendersi conto che se, ad esempio, aumenta la produzione di rifiuti, il Pil registra una crescita positiva.
Attualmente la decrescita è una proposta alternativa. Il termine decrescita si è rivelato una scelta infelice che spinge molti a dirsi contrari, anche se non si sa bene a cosa. Forse perché ci fa sentire più poveri, o meno potenti, o perché ci da la sensazione di dover regredire, di abbandonare qualcosa che riteniamo di aver conquistato e ci spetta di dovere.
Secondo Wikipedia la decrescita prevede “la riduzione controllata, selettiva e volontaria della produzione economica dei consumi, con l’obiettivo di stabilire una nuova relazione di equilibrio ecologico fra l’uomo e la natura, nonché di equità fra gli esseri umani stessi”.
A qualcuno tutto ciò provoca un terrorizzato rifiuto, a qualcun altro la visione di un modello di convivenza stile comune hippy anni’70. Potrebbero sbagliarsi gli uni e gli altri.
Il principale e più noto teorico della decrescita, Serge Latouche, sostiene che si tratti innanzitutto di uno slogan, per indicare la necessità e l’urgenza di un cambio di paradigma.
Il sospetto è che molti di coloro che parlano di Latouche non abbiano letto i suoi libri, o per lo meno non interamente. In ogni caso lo stesso autore ha sentito il bisogno di calibrare meglio i termini, tanto che il suo ultimo lavoro si intitola “Per un’abbondanza frugale”, una formula molto più bon ton che si spera non spaventi nessuno. L’abbondanza frugale sarebbe “un orizzonte di senso per una fuoriuscita dalla società dei consumi, ma anche un obiettivo politico a breve termine da opporre alle pseudoterapie neoliberali o keynesiane nella situazione attuale di depressione repressiva”.
Non è detto che Latouche abbia ragione. Ma a chi continua a essere spaventato bisognerebbe ricordare che di fatto siamo in piena decrescita o, anche peggio, siamo in una fase di recessione, di crisi profonda. E non lo abbiamo scelto. Una svolta appare lontana. E in ogni caso ci stiamo accontentando di rimedi che forse consentiranno al nostro Pil di crescere di qualche misero decimo di punto percentuale, in ogni caso insufficiente a riportarci ai “tempi d’oro del Pil”: per raggiungere i livelli precedenti al 2008 potrebbero volerci decenni. Probabilmente Latouche sbaglia quando ricorda che se tutti consumassimo come gli abitanti del Burkina Faso potremmo crescere fino ad arrivare a 23 miliardi di persone, perchè l’esempio non funziona, anzi.
Però degli attuali 7 miliardi di abitanti della Terra un miliardo è ipernutrito e a rischio di obesità (con tutti gli annessi: cancro, diabete, problemi di cuore e costi sanitari collegati), e un miliardo soffre la fame. E nel 2050 un pianeta che non diventerà più grande e forse nemmeno più fertile dovrà nutrire 9 miliardi di essere umani. Tutti affamati.
Forse allora è arrivato il momento di fare una riflessione sulla decrescita, se non altro sul fatto che occorre abbandonare vecchie illusioni e fare scelte diverse.
La domanda non è (ancora) se essere sia meglio che avere. Ma se avere, o meglio, consumare, per dimostrare di essere sia la scelta giusta.

ECOMONDO
Si svolgerà dal 7 al 10 novembre 2012 a Rimini Ecomondo, la 16esima Fiera Internazionale del Recupero di Materie ed Energia e dello Sviluppo Sostenibile.
Durante la manifestazione si terranno gli Stati Generali della Green Economy, promossi dal Ministero dell’Ambiente, durante i quali si arriverà alla stesura di un documento che raccoglie proposte e idee sul tema dell’ecoefficienza, della rinnovabilità dei materiali e del riciclo dei rifiuti.

BANCOMAT RICICLATO
Uno sportello bancomat eco-compatibile costruito con bottiglie di plastica riciclata con tetto giardino dotato di modulo fotovoltaico e un sistema di recupero delle acque. Luci LED per la sera e un camino solare che garantisce illuminazione naturale di giorno. L’idea è della brasiliana Equipamentos Edra. Il modello base può essere accessoriato con optional ecologici: cestini di fibre naturali e diffusori di profumi naturali. La produzione su larga scala dovrebbe iniziare presto, se le banche accetteranno di pagare un prezzo superiore del 20-30% rispetto agli sportelli tradizionali.

BEST GLOBAL GREEN BRANDS
Toyota si aggiudica per il secondo anno consecutivo il primo posto nella classifica Best Global Green Brands, realizzata dall’inglese Interbrand e che valuta i 50 marchi più ecologici al mondo. Medaglia d’argento per Johnson & Johnson e terzo posto per Honda. Nell’edizione 2011, invece, il secondo e il terzo posto erano, rispettivamente, di 3M, che quest’anno scende al 12 esimo posto, e Siemens, che si piazza all’ottavo.
Nessun marchio italiano è presente nella classifica dominata dal settore automotive con ben otto marchi. Oltre a Toyota e Honda ottengono un piazamento Wolkswagen (4), Bmw (10), Ford (15), Mercedes-Benz (16), Hyundai (17) e Nissan (21).
Nissan, H&M e Ubs sono le new entry dell’edizione 2012.