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Piccole e grandi bugie verdi

Le bugie verdi e l'oro nero
Digitalic
01/06/2012vedi articolo originale
Piccole e grandi bugie verdi

Digitalic
Giugno 2012
rubrica Punto G
“Le bugie verdi e l’oro nero”

Le bugie verdi non hanno le gambe corte e producono impatti nocivi.
L’ambiente è uno di quei temi sui quali proliferano i falsi miti. Si oscilla tra il fondamentalismo complottista di chi ha qualcuno o qualcosa da screditare e, in genere, anche parecchio da guadagnare, e l’ingenuità o la scarsa consapevolezza di chi, semplicemente, si sta sbagliando.
E poi ci sono le mezze verità, come quando si mente a un amico o a una persona cara in ragione di una più alta concezione (o convinzione?) di che cosa sia davvero Bene e Giusto.
Jeff Bennett, un professore di management ambientale della Australian National University, ci ha scritto un libro intitolato “Little Green Lies” (piccole bugie verdi).
Probabilmente nemmeno il professor Bennett possiede la verità. Potremmo, con uno sforzo di ottimismo, presumere che sia in buona fede.
Comunque la si pensi i temi che tratta sono buoni, soprattutto come spunto di riflessione e dibattito.
Il primo “mito da sfatare” va al nocciolo della questione perché riguarda il cosiddetto “picco del petrolio”. Secondo molti abbiamo già superato il livello in cui la domanda supera l’offerta, per cui non c’è abbastanza petrolio per tutti.
La verità sull’argomento è custodita meglio della formula della Coca Cola, ammettendo che una verità esista. E’ però verosimile e accettabile che nessuno sappia veramente quali e quante sono le scorte disponibili e che non esistano stime condivise di quanto petrolio eventualmente sia ancora conveniente estrarre.
E’ sicuramente falso il fatto che l’aumento del prezzo del petrolio stimoli innovazione e ricerca, a sostegno di nuove esplorazioni o di energie sostitutive.
Credere che i mercati siano perfetti è un’illusione di cui tutti dovremmo essere consapevoli e che non merita più tempo e risorse che la ricerca del Graal.
Pensare che sia la domanda a determinare il prezzo è, nel migliore dei casi, ingenuo. Non succede né in mercati maturi, né con le commodities e nemmeno con i beni di largo consumo.
Ragionare in termini di dinamiche di mercato, di domanda e offerta, quando si tratta di petrolio è una questione di cattivo gusto. Le dinamiche e le ragioni del prezzo del petrolio hanno a che fare con questioni che trascendono l’economia, e spesso persino il profitto.
Anche il tema degli incentivi alle rinnovabili si nutre delle sue leggende. In questo ambito un dibattito laico sarebbe il benvenuto, senza posizioni preconcette. Ci sono casi, come quello tedesco, in cui gli incentivi hanno funzionato. Il problema degli incentivi è che occorrono piani energetici nazionali e politiche e strategie di dimensioni sovra-nazionali. Da soli non bastano a innescare meccanismi cosiddetti “win-win”, in cui vincono sia l’ambiente che l’economia. D’altro canto è vero che la storia recente è piena di esempi di incentivi distorti, che hanno fatto un gran bene alle imprese produttrici, un gran male alle casse pubbliche, e non hanno portato a una vera svolta, né in termini di innovazione né di mercato. Incentivi insomma che hanno prodotto paradossi: da un lato un’offerta decisamente superiore alla domanda che non si capisce perché dovrebbe essere assorbita da aiuti pubblici, e, sempre dallo stesso lato, aziende che facendo leva sulla paura e sui costi sociali dei licenziamenti hanno fatto decisamente meno del loro dovere: creare ricchezza condivisa, innovare, cambiare in tempi di cambiamento.
La cosa buffa è che spesso i detrattori degli incentivi verdi non si sono sentiti quando si è trattato di sostenere la cosiddetta industria tradizionale. C’è poi il tema della trasparenza verso i consumatori. C’è chi sostiene che troppa informazione potrebbe creare fenomeni perversi per cui potrebbe essere per noi troppo “penoso” scegliere, ad esempio, se consumare meno acqua o energia. E alla fine potremmo sbagliarci su cosa va veramente bene per il Pianeta. La risposta a chi sostiene che sia meglio dosare la trasparenza è “Grazie, preferisco sbagliare da solo”. Se c’è una chance per le imprese, soprattutto di questi tempi, di continuare a essere un modello sociale ed economico valido, è quella di diventare migliori. E la consapevolezza ha sempre fatto bene, all’umanità e al Pianeta.
C’è poi chi mette in discussione il dogma dell’efficienza: ridurre i consumi di energia, acqua ed emissioni è costoso. Ed è vero, anche l’efficienza ha un prezzo. Costa consumare risorse e costa ridurre i consumi. Ma perché accettiamo di spendere, anche molto, per produrre rifiuti e inquinamento mentre l’ecologia pretendiamo che sia gratis? L’intelligenza e il buon senso invece non dovrebbero avere un prezzo. Almeno per ora. E ci dovrebbero aiutare a ricordare la differenza tra il prezzo e il valore delle cose.

SIMBIOSI INDUSTRIALE
L’hanno definita simbiosi industriale ed è la proposta che gli scienziati dell’Enea fanno per coniugare crescita economica e sostenibilità.
Si tratta di una strategia produttiva che prevede lo scambio di risorse, inclusi scarti e sottoprodotti, tra due o più industrie. Si ridurrebbero i costi di materie prime ed energia, i consumi, le emissioni, i rifiuti.
Un progetto pilota di simbiosi industriale è già stato avviato dall’Enea in Sicilia.

FOGLIE ARTIFICIALI
Energia solare a basso costo, imitando il meccanismo biologico di fotosintesi delle piante. L’idea è di Daniel G. Nocera del MIT di Boston. Il progetto, “The Artificial Leaf”, consiste in un’innovazione che di fatto è una foglia a tutti gli effetti, ma è artificiale, e dotata di un collettore solare chiuso tra due film che generano ossigeno e idrogeno. La novità più rilevante del progetto è la sostituzione del platino, raro e costoso, normalmente utilizzato per il catalizzatore, con nichel, molibdeno e zinco, semiconduttori più economici e abbondanti sulla Terra.

CENTRO ALLA RISCOSSA
Le regioni più green di Italia sono Trentino Alto Adige, Toscana e Umbria. Lo stabilisce l’indice di Green Economy 2012 di Fondazione Impresa, sulla base di 21 indicatori. In fondo alla classifica Campania, Sicilia e Puglia. Delle regioni del Sud fa bene solo la Basilicata, che si piazza 7°. Nel complesso le regioni del Nord sono più virtuose per quanto riguarda gli indicatori individuali, come quelli relativi a edilizia e rifiuti.
Le regioni del Sud confermano il proprio primato nell’indice di imprenditorialità bio (con Calabria, Basilicata e Sicilia prime per numero di operatori nel biologico).