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L’arte e la sfida della sostenibilità

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Segnali contrastanti dalla Green Economy in tempo di crisi

L'economia green fa i conti con la crisi
Digitalic
01/03/2012vedi articolo originale
Segnali contrastanti dalla Green Economy in tempo di crisi

Digitalic
Marzo 2012
rubrica Punto G
“L’economia green fa i conti con la crisi”

Salvare il posto di lavoro, prima che il pianeta. I temi verdi cedono il posto alle preoccupazioni sulla crisi, anche quando si tratta di emergenza energetica.
Ciò nonostante sembrerebbe che le aziende tengano il passo e continuino a impegnarsi a favore dell’ambiente.
Alcune anche in maniera provocatoria, invitando a non comprare i propri prodotti, se non necessario, o a restituire quelli usati, come stanno facendo alcuni marchi dell’abbigliamento sportivo.
Il momento è delicato, direbbe qualcuno. Ma cosa sta succedendo?
Prendiamo il caso dell’energia solare, da tutti considerata come fattore essenziale e strategico per il futuro dell’umanità. Non è solo una questione di sostenibilità ambientale ma, banalmente, di domanda e di consumi. Quello del fotovoltaico è uno dei business considerati green per eccellenza.
Nel 2011 sono falliti alcuni tra i principali player mondiali del settore, come la tedesca Solon e l’americana Solyndra.
La ragione principale è legata alla concorrenza asiatica, soprattutto cinese. C’è poi il calo della domanda e i tagli ai contributi statali a favore del solare, laddove presenti, che hanno inciso in maniera significativa.
Eppure il 2011 è stato anche l’anno record per gli investimenti in energia pulita. Lo conferma un report pubblicato a fine gennaio 2012 da Bloomberg News Energy Finance.
Nel 2011 sono stati investiti 260 miliardi di dollari, con una crescita del 5% rispetto all’anno precedente. La metà dei fondi vanno al solare, con circa 136,6 miliardi di dollari, che cresce del 36% anno su anno. Un risultato sorprendente anche in considerazione del fatto che i moduli fotovoltaici sono arrivati a costare, nel 2011, circa il 50% in meno, rispetto a tre anni prima.
Inoltre per la prima volta dal 2008 gli Stati Uniti hanno sorpassato la Cina in termini di risorse complessive investite in energia pulita.
I segnali sono contrastanti e non è facile interpretarli.
Se si estende l’analisi anche al resto dell’economia il risultato non cambia.
Secondo il rapporto State of Green Business 2012, realizzato da GreenBiz, l’economia verde è in fase di stallo. Giunta alla quinta edizione l’analisi registra, per la prima volta da cinque anni, un calo in molti dei 20 indicatori utilizzati per misurare lo stato di salute del business responsabile.
Il dato più preoccupante è quello che si riferisce all’aumento delle emissioni tossiche e di gas a effetto serra.
I risultati migliori sono quelli collegati al Green IT: crescono i prodotti con etichette verdi come Energy Star ed Epeat, rispettivamente del +20% e del +37%. Un altro risultato molto positivo è collegato alla diminuzione dei consumi di carta e al suo riutilizzo.
Stabile l’indicatore relativo agli investimenti in tecnologie pulite, che si mantengono al livello del 2010, mentre crescono notevolmente (+24%) i brevetti per lo sviluppo di energie pulite.
E poi c’è la questione della trasparenza e della rendicontazione. Il numero delle aziende che realizzano report ambientali e sociali è sostanzialmente stabile. Stabile anche il livello di trasparenza sugli impatti ambientali. È dal 2009 che non cresce il numero di aziende disposte a rilasciare informazioni sulle performance ambientali. Per la prima volta dal 2006 però scende, anche se lievemente, il numero di società dello S&P 500 che rilasciano dati sulla loro impronta in termini di emissioni di CO2, che passa da 350 del 2010 a 339 nel 2011.
Secondo uno studio di Ernst&Young però la sostenibilità sta diventando sempre più una questione di interesse dei CFO, i direttori finanziari delle grandi aziende. Emissioni, rifiuti tossici e consumi energetici diventano un fattore di preoccupazione e sempre di più gli azionisti, e spesso anche gli organi responsabili del controllo delle Borse, richiedono informazioni sulla valutazione dei rischi ambientali e su eventuali costi collegati a esternalità negative.
Qualche mese fa Kurt Kuehn, CFO di Ups, durante un incontro pubblico, ha tenuto un discorso dal titolo “Cinque ragioni per cui un CFO dovrebbe occuparsi di sostenibilità”. Le 5 ragioni sono: riduzioni dei costi, limitazione dei rischi, crescita di fatturato, capacità di essere innovativi e, infine, poter far crescere le competenze delle persone e attrarre le migliori risorse umane”. Si tratta però di una questione da gestire con molta cautela. Lo spiega bene lo stesso Kuehn. “La cosa che Wall Street odia di più è la sorpresa”. Occorre essere prevedibili, prima che responsabili.

SOCIAL SHOPPING
Piccole imprese verdi all’assalto dei social shopping. La Seattle Green Limo è una società di autobus a biodiesel per il trasporto degli invitati ai matrimoni che ha venduto centinaia di coupon su Groupon. E sono molte le opportunità dedicata proprio ai consumatori più attenti. Negli Stati Uniti c’è GreenDeals, che in un anno ha attirato più di 150mila membri. Ethical Deal propone acquisti etici, Philantroper invita i propri membri a fare beneficenza e Sharing Spree dona il 10% del ricavato di ogni vendita.

INDICI DI SOSTENIBILITA’: L’ITALIA INSEGUE FRANCIA E GERMANIA
Fiat e Pirelli sono i “Sector Leader” italiani secondo il Sustainability Yearbook 2012 di SAM, l’agenzia di rating che valuta le aziende per l’accesso negli indici Dow Jones Sustainability.
Oltre ai Sector Leader l’Yearbook prevede anche Gold, Silver e Bronze Class.
Nel settore elettrico Terna si classifica nella Gold Class ed Enel entra nella Bronze Class. Telecom Italia è nella Gold Class delle telecomunicazione e Snam nella Bronze Class del gas.
Rispetto ai partner europei l’Italia soffre la pressione di Francia e Germania. ma tutte le nostre imprese si classificano all’interno di settori strategici.

L’ERA GLACIALE E’ IN RITARDO
La prossima era glaciale potrebbe non arrivare puntuale. Lo sostiene l’Università di Cambridge. Secondo i ricercatori la concentrazione atmosferica di CO2 dovrebbe scendere sotto le 240 parti per milione (ppm) perché abbia inizio una nuova glaciazione, mentre il livello attuale è di 390 ppm. L’ultima era glaciale è avvenuta 11.500 anni fa, per la prossima bisognerà aspettare più dei 1500 anni che erano stati previsti. Se anche le emissioni si fermassero subito, le concentrazioni rimarrebbero comunque elevate per almeno 1000 anni.