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Il cloud è green, ma non basta

Il cloud è green, ma non salverà il mondo
Digitalic
01/02/2012vedi articolo originale
Il cloud è green, ma non basta

Digitalic
Febbraio 2012
rubrica Punto G
“Il cloud è green, ma non salverà il mondo”

Il cloud computing va di moda. E cosi trendy che se ne può parlare anche male o con ironia. Qualcuno ha già iniziato a usare il termine “cloudwashing”, un neologismo che richiama il greenwashing, la tendenza ad appropriarsi di virtù ambientaliste per migliorare l’immagine.
C’è chi ritiene che il cloud computing sia la faccia verde dell’Information Technology. Il 2011 è stato l’anno in cui il cloud – e anche la virtualizzazione – sono definitivamente decollati. E non si tratta di un fenomeno passeggero. La società di ricerche Marketsandmarkets prevede che a livello globale il giro d’affari del cloud computing triplicherà, passando dagli attuali 37,8 miliardi di dollari a oltre 121 miliardi di dollari nel 2015. Cosa significherà tutto ciò per l’ambiente?
Secondo uno studio di Carbon Disclosure Project le società inglesi a maggiore capitalizzazione hanno intenzione di accelerare l’adozione del cloud computing passando dal 10% al 70% della loro struttura IT entro il 2020. In questo modo potrebbero risparmiare 1,2 miliardi di sterline in consumi energetici e ridurre le emissioni di CO2 di 9,2 milioni di tonnellate ogni anno fino al 2020, una quantità pari alle emissioni di oltre 4 miliardi di automobili.
Secondo molti fornitori, in realtà il cloud è verde per definizione, è per sua natura efficiente dal punto di vista energetico. Dovrebbe garantire economie di scala importanti, forti riduzioni dei costi e un aumento dell’efficienza. In questo momento il cloud computing sembra essere una soluzione davvero conveniente, ma forse non si sa ancora bene dove si generino i risparmi. La tanto proclamata efficienza è ancora da provare e non può basarsi sul fatto che i costi energetici vengono esternalizzati, dalle aziende ai loro provider cloud, e quindi i consumi diminuiscono. Il vantaggio del cloud computing è che permette la standardizzazione di molti servizi e applicazioni, che sono così molto più facilmente disponibili e utilizzabili. Ciò comporta un aumento dell’utilizzo delle risorse IT e quindi dei consumi. È un circolo sia virtuoso che vizioso.
Certamente tutto il settore IT ha fatto grandi passi negli ultimi anni in termini di efficienza, ma questo significa che facciamo molto di più con una singola unità di energia di quanto abbiamo fatto finora. Oramai la sostenibilità e il cosiddetto Green IT non sono più argomenti riservati ai fondamentalisti verdi. Per molte società sono un elemento chiave di una strategia di lungo periodo. Molti marchi sono consapevoli della loro responsabilità in termini ambientali ma – oggi più che mai in tempi di crisi – quello che conta veramente è l’aumento del fatturato, il miglioramento dell’efficienza e la riduzione dei costi.
Il cloud computing è un’ottima cosa, non lo possono negare neanche coloro che fanno notare come in realtà non sia una realtà così nuova.
Ma questo è il suo momento. Non sarà grazie al cloud computing che si salverà il pianeta, ma probabilmente è sbagliato chiederglielo. Il problema è che a forza di aggiungere argomenti verdi per favorire la vendita di tecnologia, e non solo, si rischia di creare confusione. La vera sfida per tutti, e per la cosiddetta green economy in particolare, è quella dell’onestà. Provare che il business amico dell’ambiente sia profittevole non è facile. Anche se fino ad oggi la dimostrazione la si è cercata nell’ottica del profitto, e non dell’ecologia. È come cercare di incastrare tra di loro due oggetti di forme diverse. Sappiamo che dobbiamo ridurre le emissioni e ci mettiamo a calcolare quanto si possa risparmiare in bolletta. E cosi cerchiamo di diminuire la CO2 prodotta a un costo inferiore, ma se il taglio delle emissioni necessario per risolvere i cambiamenti climatici non è profittevole, allora non si fa. Considerando i prezzi correnti dell’energia, ridurre le emissioni non conviene.
Il cloud computing risponde alle esigenze di un mondo che produce, gestisce, virtualizza, copia e conserva una mole impressionante di informazioni e dati, destinata ad aumentare in modo esponenziale. Non è un caso che in questi ultimi mesi, a partire dalla seconda metà del 2011, i venture capital in tutto il mondo – dall’Australia agli Stati Uniti – hanno finanziato quasi esclusivamente progetti o start-up innovative che avevano a che fare con un algoritmo.
Tutti sono alla ricerca dell’algoritmo magico che permette di prevedere il tempo o gli incassi di un nuovo film, o di indovinare cosa vogliamo comprare e a che prezzo. Sono tanti i moderni alchimisti alla ricerca dell’algoritmo perfetto che trasforma tutto in oro.
L’ecologia allora dovrebbe essere qualcosa che ha a che fare innanzitutto con il pensiero e con l’idea che abbiamo del mondo in cui vogliamo vivere, e non della sua proiezione “social” o da quello che risulta dalle nostre ricerche su Google.

UNA VITA MIGLIORE
Per iniziative dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo, su www.oecdbetterlifeindex.og è disponibile Your Better Life Index, un’applicazione che permette di stabilire il proprio spread della felicità. Ci sono 11 temi ai quali assegnare un punteggio (da 1 a 5) in termini di importanza. Il risultato sarà una mappa della qualità della vita, basata sulle personali priorità e al proprio Paese.

GREEN BLOGGING
Il prossimo 5 giugno si celebrerà il World Environment Day (WED). Per l’occasione l’UNEP (il Programma Ambientale delle Nazioni Unite), in collaborazione con Treehugger (che si occupa di notizie verdi) ha lanciato la Blogging Competition for WED, dedicato ai blogger di tutto il mondo e con in palio un viaggio di tre giorni in Brasile per assistere alle celebrazioni della Giornata mondiale dell’ambiente.

KYOTO DELLE MIE BRAME
Alla Cop 17 di Durban si è deciso che la seconda fase del protocollo di Kyoto sarà definita entro il 2015 e resa esecutiva dal 2020. In partenza anche un Fondo Verde da 100 miliardi di dollari per aiutare i Paesi poveri. Intanto però il Canada annuncia il suo ritiro dal piano di difesa del clima; nel Paese le emissioni di gas a effetto serra sono cresciute del 17% tra il 1990 e il 2009 a causa dell’aumento dell’estrazione di petrolio, dato che il Canada detiene il terzo giacimento più grande del mondo, dopo Arabia Saudita e Venezuela.