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L’arte e la sfida della sostenibilità

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Crowdfunding in ascesa anche per il settore non profit

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Le insidie del greenwashing

La sottile arte del greenwashing
Digitalic
01/01/2012vedi articolo originale
Le insidie del greenwashing

Digitalic
Gennaio 2012
rubrica Punto G
“La sottile arte del greenwashing”

Specchio delle mie brame, chi è l’azienda più verde del reame? Probabilmente lo scopriremo a nostre spese o, forse, non lo sapremo mai. A fine novembre l’Università di Leeds nel Regno Unito ha pubblicato una ricerca basata sull’analisi di quattromila bilanci di sostenibilità di grandi aziende. I bilanci sociali, ambientali o di sostenibilità sono gli strumenti utilizzati per la rendicontazione della responsabilità, attraverso i quali un’organizzazione misura, comunica e condivide quanto fatto in termini di performance sociali e ambientali. Dovrebbero contenere una valutazione dei risultati conseguiti, coniugando la dimensione economica e l’impegno etico, ed essere rivolti a tutti i cosiddetti stakeholder, la rete di soggetti legittimati a essere, a vario titolo, “portatori di interessi” nel confronti dell’impresa.
Da molti anni le imprese, soprattutto quelle grandi, realizzano i bilanci di sostenibilità.
Si tratta di uno strumento non obbligatorio per legge, con l’eccezione delle imprese sociali in Italia e delle società quotate in Francia, che spesso presta il fianco a numerose critiche.
La prima è relativa all’accusa di greenwashing: il bilancio sociale è una mera operazione di comunicazione volta a migliorare l’immagine sfruttando l’amore per l’ambiente.
Anche per chi lo fa in buona fede, il pericolo dell’autoreferenzialità è sempre in agguato, per cui il bilancio non mantiene la sua promessa di rendere conto del valore aggiunto prodotto, in termini di responsabilità, e risulta un esercizio di stile.
Da anni poi gli esperti discutono sugli standard, sulla base dei quali basare il bilancio sociale. Sono stati prodotti numerosi modelli, alcuni si sono affermati come i più efficaci. Ma il risultato che hanno prodotto è quello dell’appiattimento sullo standard, che se da un lato consente la confrontabilità, dall’altro rischia di non fare emergere la vera natura e unicità dell’impegno responsabile.
Un’altra questione aperta è quella della misurazione di performance sociali e ambientali, o che comunque non hanno una dimensione economica e non trovano espressione contabile o numerica. Questa però più che una sfida è una vera e grande opportunità, sulla quale si baserà il successo delle imprese che vogliono durare nel tempo e competere con successo nel futuro: quella dell’individuazione, misurazione e valorizzazione dei cosiddetti asset intangibili, che rappresentano quegli elementi sui quali si basa la capacità di produrre valore.
Al di là della discussione teorica sul bilancio sociale quale strumento di rendicontazione della responsabilità lo studio dell’Università di Leeds rivela che nella pratica si sta facendo piuttosto male.
Il problema non è solo il fatto che troppo spesso questi bilanci non rendono conto di dati fondamentali, magari perché negativi, ma che sono pieni di errori, spesso in buona fede.
Una grande azienda è arrivata a dichiarare che le sue emissioni di anidride carbonica erano quattro volte superiori a quelle effettivamente registrate per l’intero pianeta. E, tra l’altro, si tratta di un’azienda italiana. In ogni caso siamo in buona compagnia. L’utilizzo di dati sbagliati o irrilevanti, i proclami e gli slogan insostenibili nei fatti, la mancanza di possibilità di controllo si sprecano.
C’è chi sceglie di ignorare, nei conteggi sulle performance ambientali, fabbriche o filiali in alcuni paesi, chi di lasciare fuori dalla somma impianti che funzionano a carbone. E c’è chi annuncia risultati record (per esempio nella riduzione di consumi o dei rifiuti) in un determinato anno, guarda a caso quello in cui gli viene conferito un premio per il miglior bilancio sociale, ma l’anno dopo tralascia di rendere conto dei risultati aggiornati proprio in quelle aree in cui si erano registrate sovra-performance. Molti dei misfatti evidenziati dall’analisi sono dei veri e propri errori, e non un tentativo di deformare la realtà, ma spesso si reiterano nel tempo, a dimostrazione che forse, anche all’interno delle aziende stesse, i bilanci non vengono letti.
Altrimenti come si spiegherebbe il caso di un’impresa, un colosso nella produzione di impianti industriali, che ha rendicontato emissioni di zolfo superiori di un fattore mille rispetto a quelle reali per ben tre anni di fila?
I bilanci sociali si rivelano troppo spesso dei documenti “aspirazionali” venendo però meno alla logica del rendere conto. Il problema è che il bilancio sociale è uno strumento, spesso abusato, che viene confuso con il fine. Senza un obiettivo chiaro non ha senso: la responsabilità è una questione di strategia, visione e governance. Ma del resto si sa: non tutti i bilanci riescono col buco.

GENIO VERDE
Aidan Dwyer è un ragazzino di Long Island che dice di avere 13 anni, ma che parla come un esperto uomo di business plurilaureato di 37 anni. Ha scoperto come produrre energia solare in maniera più efficiente, applicando la cosiddetta sequenza di Fibonacci. Ha brevettato la sua idea e si è aggiudicato il premio come Young Naturalist 2011. La sua invenzione potrebbe consentire un aumento della produzione di energia solare del 20%, permettere l’utilizzo di pannelli più piccoli che funzionano bene anche in inverno e laddove l’esposizione solare non è ottimale per quelli tradizionali.

ONU: LO STATO DI SALUTE DEL PIANETA
Secondo uno studio dell’Unep (United Nations Environment Programme) le emissioni di gas serra nel 2020 potrebbero essere davvero troppe: tra i 6 e gli 11 miliardi di tonnellate sopra la soglia necessaria per limitare il riscaldamento globale entro una media globale di incremento di 2 gradi.
La Fao, l’agenzia dell’Onu che si occupa dell’alimentazione, pubblica invece un rapporto sullo stato delle foreste nel mondo. Il ritmo della deforestazione è accelerato a partire dal 2000. Tra il 1990 e il 2005 si sono persi in media 10 ettari al minuto. Info su www.unep.org e www.fao.org.

BIO ANTI-CRISI
La crisi fa bene al settore del biologico. Nel 2010 la spesa degli italiani per i prodotti bio è cresciuta dell’11,6% rispetto al 2009, incremento che si conferma anche nei primi sei mesi del 2011 (fonte Confcommercio). Sembrerebbe infatti che la crisi abbia allungato il tempo e l’attenzione dedicato agli acquisti. Si leggono di più le etichette e si sceglie in modo più consapevole, per non sbagliare anche con i prodotti base dell’alimentazione: pasta, latte e mozzarelle biologiche registrano un balzo nei consumi tra il 21 e il 97%.